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Lunedì 8 Aprile 2019
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Strage del Pilastro – 28° anniversario   versione testuale


(04-01-2019) Pubblichiamo il testo integrale dell’omelia dell’Ordinario alla Celebrazione in ricordo delle vittime della strage del Pilastro. La Santa Messa ha avuto luogo a Bologna nella Parrocchia di Santa Caterina.

 

Carissimi, vorrei iniziare la nostra riflessione con la domanda che, nel Vangelo di oggi (Gv 1,35-42), Gesù rivolge a coloro i quali, su indicazione di Giovanni, hanno iniziato a seguirlo: «Che cosa cercate?».

È la domanda che anche noi vogliamo sentirci rivolgere mentre, proprio all’inizio di un nuovo anno, ci ritroviamo per celebrare l’Eucaristia nel ricordo di un evento drammatico, che i Carabinieri di questa zona e della regione, assieme alla comunità parrocchiale e alle autorità del luogo, celebrano annualmente, dal 1991: la "strage del Pilastro".

Pur a distanza di tanti anni, il nostro ricordare non è un vuoto ritualismo: è un servizio a una realtà su cui la stessa Liturgia della Parola, oggi, ritorna con forza: la «giustizia». Noi cerchiamo la «giustizia» e, nel profondo, comprendiamo che ricordare è un modo di fare giustizia, è un contributo umano alla giustizia. «Il Signore viene a giudicare la terra», abbiamo cantato nel Salmo Responsoriale (Salmo 97 [98]); che continua: «giudicherà il mondo con giustizia».

Ed è così: la giustizia ha, infatti, in sé qualcosa di divino, qualcosa che solo chi regge il mondo è in grado di esercitare con pienezza, facendone un metro di giudizio. Ma il nostro, pur essendo sempre un apporto incompleto, un giudizio parziale, è tuttavia un contributo necessario alla giustizia.

I carabinieri periti nella strage del Pilastro - così come tanti uomini e donne dell’Arma, delle Forze Armate, delle Forze dell’Ordine – cercavano certamente di servire la giustizia, in quel tragico giorno come pure nel semplice quotidiano del loro dovere. E «chi pratica la giustizia», abbiamo ascoltato dalla prima Lettura (1Gv 3,7-10), «è giusto».

Ecco, noi oggi ricordiamo persone giuste! Persone che hanno risposto con la giustizia alla domanda di Gesù: «Che cosa cercate?».

Chi cerca la giustizia, in fondo, cerca Lui, perché Egli «è giusto», continua la Parola di Dio che, andando ancora più  in profondità, conclude: «chi non pratica la giustizia non è da Dio», addirittura «viene dal diavolo».

È il mistero del male che, in un mondo diviso in due, sempre sembra avventarsi proprio sui più buoni, su coloro che fanno il proprio dovere, su coloro che non operano le ingiustizie. E non andare contro chi compie il male sembra voler dire rimanere vittime della violenza stessa, come accaduto al Pilastro.

Abbiamo da poco celebrato la Giornata Mondiale della pace, per la quale Papa Francesco ci ha offerto uno stupendo messaggio dedicato, quest’anno, al ruolo della «buona politica a servizio della pace»; egli ha definito la pace «come un fiore fragile che cerca di sbocciare in mezzo alle pietre della violenza», in particolare laddove «la ricerca del potere ad ogni costo porta ad abusi e ingiustizie»[1].

Mi piace leggere così il sacrificio dei nostri tre carabinieri uccisi in questo quartiere (assiemi agli altri due colleghi uccisi a Castelmaggiore dalla stessa furia omicida) e il compito di tutti coloro che offrono la vita per proteggere i cittadini, per custodire la sicurezza, per impedire che trionfino illegalità, violenza, corruzione, intimidazione, terrore: come un fiore fragile tra le pietre; un fiore che, precisa il Papa, «è simile alla speranza».

La speranza sta nel fatto che il fiore, proprio nella sua fragilità, non viene sopraffatto dalle pietre ma rappresenta una realtà completamente diversa rispetto alle pietre, un seme di bene che, potremmo dire, attecchisce e sboccia anche nel terreno più sfavorevole e nella durezza più violenta.

Cari amici, sono stati giusti, i nostri carabinieri, perché la giustizia si può cercare e operare solo così. E la pace che nasce dalla giustizia non si persegue scagliando la pietra della vendetta, applicando la logica dura del muro contro muro o ripagando con la stessa moneta. «La pace non può mai ridursi al solo equilibrio delle forze e della paura – scrive ancora il Papa -. Tenere l’altro sotto minaccia vuol dire ridurlo allo stato di oggetto e negarne la dignità»[2].

È dunque un grande servizio alla dignità umana quello che noi oggi ricordiamo e, attraverso la memoria, cerchiamo di lasciare come messaggio agli uomini e donne del nostro tempo, soprattutto ai giovani, ai quali è affidata la speranza di costruire un mondo davvero più «giusto». La giustizia, infatti, ha come fondamento la dignità di ogni persona e, in questo senso, operare per la dignità significa compiere gesti che ricostruiscono la città dell’uomo e riequilibrano l’intero creato.

È splendido il canto del Salmista: davanti al Signore che viene a «giudicare» la terra, canta il mare e quanto racchiude, il mondo e i suoi abitanti; i fiumi battono le mani, le montagne esultano… Una vera armonia di pace, dalla quale nulla e nessuno può essere escluso.

Ma come intravedere questa pace luminosa proprio mentre celebriamo il ricordo di un evento buio che, peraltro, si lega a molti altri gesti bui di criminalità, violenza, crudeltà che hanno insanguinato la nostra Italia? Come pensare di poter cancellare la grande ingiustizia della storia che oggi ricordiamo?

Se abbiamo ascoltato con attenzione, la Parola di Dio afferma che Gesù è venuto «per distruggere le opere del diavolo»; non per distruggere gli uomini, per quanto peccatori siano, ma per distruggere le opere del male. Per fare questo, bisogna usare armi diverse da quelle che usa chi si sottomette al male.

Sono le armi della giustizia, le armi della pace: le armi con cui ha lottato Lui, il Giusto, e con le quali lotta chi, cercando la giustizia, cerca Lui.

Sono le armi che ogni giorno imbracciano, nel nostro Paese, uomini e donne chiamati a servire la giustizia attraverso la difesa dei cittadini, la custodia dell’ordine e la cura del creato, l’applicazione delle tecnologie più avanzate e la salvaguardia della cultura e dell’arte; soprattutto, la difesa della vita e della dignità umana, alla quale sono capaci di anteporre non solo i propri interessi e le proprie comodità ma la loro stessa vita, come i militari dell’Arma dei Carabinieri che oggi ricordiamo.

 

Carissimi, siamo commossi e grati per la loro testimonianza, ancora oggi eloquente: un piccolo fiore che è nato, nasce e rinascerà sempre tra le pietre e che, nella sua fragilità, sarà più forte delle pietre perché, nel loro servizio, quei carabinieri e tutti i nostri carabinieri e militari operano, in realtà, non solo secondo giustizia ma secondo carità fraterna.

Se, infatti, è vero che «chi non pratica la giustizia non è da Dio e neppure lo è chi non ama suo fratello», è vero che c’è una giustizia che, completandosi nell’amore, ristabilisce quella fraternità senza la quale nessuna comunità può essere autenticamente umana, autenticamente rispettosa dei diritti umani, autenticamente a servizio della dignità umana.

Che i nostri fratelli morti al Pilastro, e tutti i caduti della famiglia dell’Arma, ci aiutino a cercare e servire in ogni uomo la dignità del suo essere fratello: per poter fare la giustizia, per poter vivere la carità, per poter cercare e seguire Gesù, il Giusto, che, per amore, si è fatto fratello di tutti noi e per noi ha dato, fino alla morte di croce, la Sua vita.

X Santo Marcianò



[1] Francesco, La buona politica è al servizio della pace - Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, 1 gennaio 2019

[2] Ibidem

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