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Martedì 30 Maggio 2017
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Omelia dell’Ordinario Militare nella celebrazione per i caduti nelle missioni di pace   versione testuale
Basilica Santa Maria in Aracoeli, Roma, 12 novembre 2014

 

Carissimi fratelli e sorelle,

come di consueto ci ritroviamo in questo giorno e in questa Chiesa, per ricordare assieme i militari e civili morti nel corso delle missioni internazionali per la pace. Lo facciamo nella Messa che celebra il Sacrificio salvifico di Cristo, per dare un senso religioso, trascendente al sacrificio che questi fratelli hanno consumato.

Saluto di cuore le autorità civili e militari. Saluto con profondo affetto e gratitudine i familiari dei caduti, assicurando che sono nel cuore della nostra preghiera e chiedendo a Dio che possano sperimentare, in questa Eucaristia come in ogni giorno della vita, la potenza della Sua Paternità che consola, soccorre, sostiene e dona speranza nella vita eterna.

Saluto infine tutti i presenti, particolarmente i carissimi militari, ringraziandoli di cuore per la missione che portano avanti a servizio del Paese, della comunità, di ogni persona.

 

La Parola di Dio oggi ci fa muovere tra due "poli" che, potremmo dire, sono stati il perno della vita dei nostri caduti: l’obbedienza all’autorità e l’esercizio dell’autorità.

«Ricorda a tutti di essere sottomessi ai magistrati e alle autorità, di obbedire, di essere pronti per ogni opera buona». San Paolo, nella prima Lettura (Tt 3,1-7), esorta così Tito – cioè un vescovo – a offrire a tutti i cristiani un criterio per vivere nella città dell’uomo: la sottomissione all’autorità, potremmo dire l’"obbedienza civile".

Non dimentichiamo che lo stesso Gesù, provocato in più occasioni sull’argomento, ribadirà la necessità del riconoscimento dell’autorità civile e politica del tempo: lo farà quando si tratta di dare il tributo a Cesare; lo farà persino nel momento della sua condanna a morte.

Come recita il Concilio nella Gaudium et Spes, «i cittadini sono in coscienza obbligati a obbedire» all’«autorità politica» nell’ottica del «bene comune»[1]. Anche la missione dei nostri fratelli caduti parte da un atto di obbedienza a servizio del bene comune: è solo in questa luce, infatti, che l’obbedienza trova significato.

Il bene comune non è un vago bene globale, certamente non è il bene del più forte; ma non è neppure il bene della maggioranza, politica o di opinione che sia. Il bene, potremmo dire, è «comune» se "accomuna" tutti gli uomini, se permette e sviluppa una "comunanza" nella vita, nelle sorti, nella stessa fruizione dei beni. Il bene comune include il bene di tutti e di ciascuno, perciò include e supera il bene personale, senza però calpestarlo. Il bene comune non può essere perseguito a spese di qualcuno, sia esso il più piccolo e povero della società; è di tutti e, dunque, tutti dobbiamo cooperare a costruirlo.

L’obbedienza - quella civile, come quella militare, come quella religiosa - deve sempre misurarsi con l’idea del bene comune, del bene. «Essere pronti per ogni opera buona»: è la sintetica e bellissima definizione che Paolo offre dell’obbedienza. Ed è proprio così che i fratelli che oggi ricordiamo sono stati: obbedienti, pronti ad affrontare le difficoltà della missione e persino il rischio della vita, perché convinti della bontà dell’opera da portare avanti.

Un’opera di pace!

Sì. Perché anche la pace è un bene comune. Un bene cui tutti i popoli, tutte le nazioni, tutti gli individui hanno diritto; un bene che tutti siamo chiamati a costruire. È proprio vero: «la pace non è pace finché anche un solo popolo nel mondo sarà in guerra»[2].

 

Stiamo parlando di «bene comune». Ma si può parlare di "bene" pensando alla morte dei nostri fratelli? No. Il bene non è nella morte, questo bisogna dirlo con chiarezza, il bene non sta nell’essere uccisi. La violenza per la quale i caduti perdono la vita non ha nulla di bene. Il servizio al bene comune, pertanto, non è reso dalla loro morte ma dal loro dono. Dare la vita, dare la vita per un bene più grande, dare la vita se necessario fino alla morte, è un bene in sé.

Ed è qui l’esercizio dell’autorità che questi caduti insegnano: a me vescovo, a noi sacerdoti, a voi militari, a voi responsabili della cosa pubblica, a ciascuno di noi. L’autorità del dare la vita!

È singolare che, nel Vangelo (Lc 17,11-19), i «dieci lebbrosi» chiamino Gesù «Maestro», cioè ne riconoscano l’autorità, chiedendoGli non insegnamenti ma «pietà», guarigione, aiuto. E Gesù ne ha pietà, li aiuta, li guarisce. Lo stile del Suo insegnamento, della Sua autorità – Gesù lo dimostrerà da lì a poco – sta nel dare la vita fino alla Croce; ma questo è tutt’uno con lo stile dell’esistenza del Cristo, con il Suo piegarsi sui bisogni dell’umanità, sui poveri e sugli ultimi, sulla "lebbra" che è l’indifferenza.

Gesù esercita l’autorità "prendendosi cura", proprio come fa il Buon Pastore del Salmo (Sal 22), che guida, protegge, offre la vita, aiutando a vincere la morte e la paura.

I fratelli che oggi ricordiamo ci aiutano a comprendere che, per servire il bene comune, bisogna superare la logica dell’indifferenza, esercitando l’autorità del «prendersi cura» anche dinanzi alle valli oscure delle paure e dell’ingiustizia, delle violenze e delle guerre che affliggono tanti popoli.

Quando i popoli sono vittime di oppressione, persecuzione, violenza e violazione dei diritti umani, talora anche ad opera di coloro che dovrebbero difenderli, ecco che la «responsabilità di proteggere» e di «prendersi cura» si incarna nelle Missioni internazionali per la Pace alle quali tanti militari si dedicano e nelle quali i nostri caduti hanno offerto la vita.

Fa pensare quanto San Giovanni Paolo II ha affermato in più occasioni. Il 5 dicembre 1992 dichiarava: «la coscienza dell’umanità, ormai sostenuta dalle disposizioni del diritto internazionale umanitario, chiede che sia obbligatorio l’intervento umanitario nelle situazioni che compromettono gravemente la sopravvivenza di interi popoli e di gruppi etnici»[3]; nel 1993, rivolgendosi al corpo diplomatico, richiamava solennemente la colpevolezza dell’omissione rappresentata dall’indifferenza pratica di fronte al crimine della guerra e all’aberrazione della pulizia etnica[4].

La scelta dell’intervento internazionale richiede sempre più il contributo di vicinanza di militari, come pure di civili, che si spendano per la difesa nonché per il riscatto culturale, sociale, economico, religioso, educativo di Paesi e di poveri calpestati da ingiustizie, violenze, intolleranze. E la responsabilità di proteggere non significa «bombardare, fare la guerra» – lo ha ricordato di recente Papa Francesco – ma rende «lecito fermare l’ingiusto aggressore»[5].

Questo hanno scelto di fare i caduti che oggi ricordiamo, compiendo con fedeltà e speranza la propria missione negli spazi diversi dell’intervento militare e civile. Essi, però, non sempre sono capiti fino in fondo, non sempre sono ringraziati dalla comunità civile o ecclesiale.

 

Cari amici,

nel Vangelo, solo un lebbroso, dei dieci guariti, torna a rendere grazie a Gesù. Noi oggi vogliamo ringraziare questi nostri fratelli, l’impegno dei loro amici e colleghi, il dolore delle loro famiglie. Ma vogliamo soprattutto ringraziare il Signore per chi, come loro, trova la forza di dare la vita piuttosto che sottomettersi alla logica dell’ingiustizia, dell’odio, della morte.

Il Cristo, che è venuto in obbedienza all’autorità del Padre, insegni anche a noi l’autorità del donarsi, con il Suo aiuto e sull’esempio dei nostri cari caduti. E, nel quotidiano dei propri compiti e responsabilità, possa ciascuno imparare a riconoscere nel bene comune, nel trascendente, nell’Assoluto un principio cui obbedire, per trasformare l’autorità – ogni autorità! - in dono di vita, in servizio d’amore.

 

 

 

 

X Santo Marcianò

Ordinario Militare per l’Italia



[1] Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione Gaudium et Spes, n. 75

[2] Santo Marcianò, Il Dio che stronca le guerre. Lettera a 100 anni dall’inizio della prima Guerra Mondiale, 3 settembre 2014

[3] Giovanni Paolo II, Discorso alla II Conferenza Internazionale sulla nutrizione, 5 dicembre 1992

[4] Cfr.: Giovanni Paolo II, Discorso ai membri del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 16 gennaio 1993

[5] Francesco, Conferenza Stampa sul volo di ritorno dal Viaggio Apostolico in Corea del Sud, 18 agosto 2014

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