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Martedì 30 Maggio 2017
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Omelia per la S. Messa della Notte di Natale con il contingente italiano in Afghanistan   versione testuale

Carissimi fratelli e sorelle,

 con gioia e commozione celebro questa Eucaristia nel mio primo Natale da Ordinario Militare, rendendo grazie a Dio perché mi offre la possibilità di condividerla con voi.

Saluto e ringrazio con tutto il cuore il Signor Ministro della Difesa e il Capo di Stato Maggiore della Difesa; saluto il comandante gen. Battisti, i giornalisti e gli operatori dei media; saluto e ringrazio i carissimi cappellani, il cui prezioso ministero fa essere la Chiesa, e anche il vescovo, concretamente presente nelle Missioni di pace; e saluto tutti voi militari, ciascuno di voi, portandovi la gratitudine e l’abbraccio della nostra Chiesa; in voi saluto tutti i nostri militari, quelli che operano all’estero, quelli in difficoltà - penso ad esempio a Massimiliano e Salvatore, prigionieri in India, che non molto tempo fa ho potuto incontrare -, quelli in Patria: tutti sono spiritualmente presenti nella nostra Eucaristia.

Stanotte ogni Chiesa, ogni diocesi, ogni parrocchia, ogni comunità, ogni famiglia si riunisce per celebrare la nascita del Cristo; e noi siamo Chiesa, siamo una Cattedrale a cielo aperto, siamo comunità, famiglia riunita per celebrare il Santo Natale. E allora permettete che il primo pensiero sia per le vostre famiglie, cari militari, dalle quali la lontananza appare più dura proprio in questa notte: chiedo col cuore a Gesù Bambino che consoli i loro e i vostri cuori e, con la Sua luce, vi illumini e vi faccia crescere nell’amore, anche e soprattutto in questo tempo di separazione fisica.

 La luce è il primo dono che Gesù porta nel mondo: Egli è la «grande luce» cui Isaia, nella prima Lettura (Is 9,1-16), attribuisce il compito di illuminare «il popolo che camminava nelle tenebre». È la Luce che risplende nella Notte di Betlemme e in questa Santa Notte. Perché Gesù nasce di notte, e questa non è solo una coincidenza temporale: è la notte del mondo, è la nostra notte; è la tenebra del male, dell’errore, del peccato, della solitudine.

La Notte di Betlemme non era meno buia di tante notti che anche noi viviamo, che anche voi vivete, nella fatica del lavoro, nella paura per i rischi, nella solitudine della lontananza dagli affetti; tante notti in cui siete immersi a motivo degli egoismi umani, che ancora oggi generano guerre e divisioni, fra popoli e popoli ma anche nello stesso popolo, per motivi di potere politico, di interessi economici, di intolleranze religiose…

Gesù, a Betlemme, non ha eliminato la notte ma non ci ha lasciato nella notte: è venuto nella notte e l’ha vinta perché l’ha illuminata, perché l’ha condivisa!

Anche per noi è così. La vostra esperienza, faticosa e spesso incompresa, ci dice che il senso e il cuore della Missione di pace non è eliminare la notte ma condividerla. Come i pastori, anche voi siete chiamati a «vegliare»: e questo è un verbo molto bello, perché ci fa capire che non vi addormentate, che non vi dimenticate, che le notti in cui sono immersi tanti fratelli e sorelle non vi lasciano indifferenti. Penso, con voi, anche a tanti vostri compagni militari che, nell’anno trascorso, sono stati presenti in calamità naturali ed eventi straordinari, in emergenze sanitarie ed aiuti umanitari, in esigenze di carattere sociale, ambientale e organizzativo… La Chiesa ve ne è grata e vuole, anche attraverso di voi, raggiungere le innumerevoli notti dell’uomo, per portare la luce di Cristo fino ai confini della terra, fino alle periferie dei cuori.

 E la luce di Cristo si chiama pace! «Pace» è parola che risuona misteriosamente dalla voce degli angeli che nel Vangelo (Lc 2,1-14) cantano la nascita di Gesù. Egli, come aveva profetizzato Isaia, ha il «potere» di portare concretamente una pace che «non avrà fine». Comprendo che queste parole sono dure, particolarmente in luoghi come questo, in cui la pace sembra non annuncio ma grido inascoltato, non risultato ma illusione. Quale potere abbiamo di portare pace?

La profezia di Isaia parla di un «principe della pace» il cui «potere» è sulle «spalle». È un’affermazione centrale: le spalle di Gesù sono quelle su cui un giorno sarà caricata la Croce; sono quelle a cui Egli farà riferimento parlando del pastore che prende su di sé la pecora smarrita (Lc 15,5).

Sì, cari amici: i poteri umani - siano essi poteri politici, militari o religiosi, di governo o di organizzazione sociale - non sono al servizio della pace finché non "caricano sulle spalle" le persone loro affidate, finché non assumono e fanno proprie le loro croci!

Costruisce la pace non chi dall’alto esercita un potere sovrano ma chi si mette a servizio, donando la propria vita a coloro che sa essere fratelli.

Per questo, Gesù ha portato e porta la pace così: non sovvertendo il mondo ma trasformando i cuori; Egli ci ha insegnato che «ogni calzatura di soldato… e ogni mantello intriso di sangue saranno bruciati», come dice la prima Lettura, se prima cambia la relazione tra le persone, se le mani che pensavano a colpire i nemici diventano mani che vogliono servire i fratelli.

Cari amici, penso sia questo il cuore del vostro "servizio" di militari. Ed è questo «servizio» che ci dona «potere», nel portare e anche nell’invocare da Dio il dono della pace. Perché questo servizio ci rende fratelli e, come ha scritto Papa Francesco nel suo Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, «la fraternità è la via della pace»[1]!

Questa fraternità è alla radice della realtà di un popolo. Il Natale, in realtà, entra nella storia del popolo: la prima Lettura parla di un «popolo che camminava nelle tenebre», nel Vangelo gli angeli annunciano ai pastori «una grande gioia che sarà di tutto il popolo».

Il cammino della pace, come afferma ancora il Papa nella Evangelii Gaudium, richiede la «costruzione di un popolo»[2]. E, come ho detto recentemente alla Scuola di Alti Studi della Difesa, credo che il mondo militare abbia grande responsabilità nel costruire questa coscienza di popolo. Una coscienza che, da una parte, si lega per noi all’amore per la Patria, per il nostro popolo, dal quale ci sentiamo inviati in missione; dall’altro, si concretizza nel servizio al nostro popolo o al popolo al quale siamo inviati: un servizio che non difende, protegge o promuove solo i singoli ma pure il vincolo relazionale tra gli uomini. Questo vincolo, alla fine, ci introduce alla fraternità universale, alla dimensione universale della salvezza racchiusa nel messaggio evangelico: per questo, la Chiesa sente l’importanza del vostro contributo al maturare del senso della Patria e del senso del popolo.

Nel Natale, questa salvezza appare in tutta la sua pienezza e il suo splendore: «È apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini» dice Paolo nella seconda Lettura (Tt 2,11-14), utilizzando un’espressione bellissima che ha, anche per noi, un grande risvolto educativo. Se ci pensiamo bene, infatti, quella «grazia» che appare non è una realtà eterea, ma un Bambino che nasce povero, escluso, relegato in una mangiatoia; e questa «grazia», continua Paolo, ci educa, cioè «ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, giustizia, pietà».

Quanti poveri bambini, donne e uomini voi salvate dalla morte e dalla fame, sottraete alla violenza e alla guerra, custodite nella libertà, nell’istruzione e nella cura… Ma tutto questo non basta. L’educazione alla pace, così come il Natale, richiede di più, richiede un cambio di vita in termini di sobrietà, giustizia, amore; un cambio possibile se si intravede la grazia di Dio che appare quando Dio si fa Uomo, manifestando la dignità di ogni uomo e riportando l’uomo alla sua originaria dignità.

Che il Bambino di Betlemme ci conceda questa trasformazione della vita. E che non ci capiti - come militari, come responsabili della cosa pubblica, come cristiani, come persone - di smarrire mai il senso di questa grande e profonda dignità dell’uomo, di ogni uomo, di cui tutti siamo a servizio.

Così sia! E Buon Natale!



[1] Francesco, Messaggio per la XLVII Giornata Mondiale della Pace, 1 gennaio 2014

[2] Francesco, Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, n. 221

 

                                                                                                                       X Santo Marcianò

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